IL GHETTO EBRAICO A FIRENZE
SOTTO IL DUCATO E IL GRANDUCATO MEDICEO DA COSIMO I DE’ MEDICI
Gli accessi erano costituiti da soli tre ingressi, muniti di doppie cancellate di ferro (interne ed esterne) da chiudersi al tramonto. L’isolato, posto a nord di Mercato Vecchio e configurato come una piccola città murata, era delimitato dalla piazza del Mercato Vecchio, Via dell’Arcivescovado (l’attuale Via Roma), Via dei Nacciaioli (oggi Via Brunelleschi) e Via della Vacca (l’odierna via dei Pecori).
La situazione politica di Firenze si stabilizzò con l’affermarsi del Ducato Mediceo dopo il rientro dei Medici in città, ma ebbe maggiore stabilità quando salì al potere COSIMO I DE’ MEDICI (9 gennaio 1537), esattamente il periodo di tranquillità per la comunità Giudaica si estese per tutti gli anni fra il 1537 al 1570. Cosimo I accolse numerosi ebrei dalla Spagna e dal Portogallo, scappati dall’espulsione violenta dei Regni della Regina Isabella e Ferdinando, i sefarditi furono protetti affinché esercitassero il mestiere del prestito e favorissero gli scambi commerciali con il Levante in Firenze, ma soprattutto a Livorno, che con la loro presenza avrebbero incrementato il languente commercio toscano. Era allora proibito ai Cristiani commerciare direttamente con gli infedeli, ruolo che fu subito assunto dal nucleo Ebraico. Nel 1555 papa Pio IV con la promulgazione della sua Bolla “Cum Nimis Absurdum” condannava gli Ebrei a vivere in un “Luogo Claustrofobico”, chiuso e isolato rispetto al resto della popolazione che fu chiamato “Ghetto” dal primo esistente a Venezia nel 1516, ma con una storia completamente differente. Nella bolla pontificia era espressamente indicato che i Giudei dovevano portare cuciti sulle vesti lo “Sciamanno”, un cerchio di color giallo. Mentre le donne erano obbligate a indossare un velo giallo come riconoscimento, tutto questo avrebbe distinto i Giudei dal resto della popolazione, una vecchia infamante prassi istituita da papa Innocenzo III, ma che era ripristinata con obbligo dal nuovo pontefice Paolo IV Carafa. Cosimo I, per lungo tempo, ignorò queste restrizioni pur conoscendole perché la sua attenzione era rivolta ad una politica espansionistica territoriale e mercantile, necessitava l’aiuto della comunità Giudaica ai suoi fini commerciali. All’epoca, inoltre, frequentava la corte Medicea, Benvenida Abrabanel, che un tempo fu precettrice di Eleonora di Toledo, figlia del viceré di Napoli e consorte di Cosimo I. Dopo quindici anni dall’editto pontificio lo stesso Cosimo I, le resistenze alla bolla pontificia caddero, in particolare quando il nuovo pontefice Pio V gli ventilò l’idea di ottenere la corona Granducale, un titolo appositamente creato per la sua Persona. Così nel 1569 agli Ebrei fiorentini fu imposto l’obbligo del Segno, cioè lo “Sciamanno”; l’anno seguente, Cosimo I emise il “Decreto” (giugno 1570) che costrinse tutti gli ebrei del Granducato di Toscana concentrarsi in particolare nelle città di Firenze e Siena perché lì sarebbero sorti i nuovi Ghetti. Cosimo I impose tuttavia nel 1571 l’obbligo di residenza forzata nel Ghetto, disegnato da Bernardo Buontalenti e situato nel centro città, nell’area compresa tra l’odierna Piazza della Repubblica, Via Roma, Via del Campidoglio e Via Brunelleschi. Qui dovettero confluire anche gli ebrei che risiedevano nei centri minori attorno a Firenze. Solo ad alcune famiglie di prestatori fu concesso il privilegio di continuare ad abitare fuori del ghetto, vicino alla residenza dei Medici di Palazzo Pitti, in via dei Giudei (ora Via dei Ramaglianti) vicino alla piccola sinagoga. A questo periodo risalgono le prime due Sinagoghe: la Scuola Italiana e la Scuola Spagnola (o Levantina). Esiste una fornita documentazione conservata all’archivio di stato voluta da Cosimo I de’ Medici perché suoi possedimenti con relativi regolamenti interni. Inoltre vi è la dettagliatissima rappresentazione della pianta del monaco Olivetano Stefano Bonsignori che nel 1583 ne descrive appunto la presenza del Ghetto Vecchio e dei perimetri dei primi cimiteri Oltrarno. Nel 1571 gli Ebrei furono interdetti dalle Arti, dunque non poterono più esercitare i mestieri dell’Orafo, furono costretti a delegare agli artisti Cristiani la produzione di oggetti cultuali e oggetti liturgici per le loro Sinagoghe.
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