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VITTORIA COLONNA LA POETESSA “NATA FRA LE VITTORIE”
Ludovico Ariosto decantava l’illustre discendenza di Vittoria Colonna con splendide parole: “Nata fra le vittorie”. Una delle figure femminili più eminenti nel panorama culturale del Rinascimento maturo fu Vittoria Colonna, una donna di singolare bellezza intellettuale e di grande fascino. Vittoria, infatti, discendeva in linea diretta da Federico da Montefeltro e Battista Sforza, i suoi nonni. La madre di Vittoria, Agnese da Montefeltro, ebbe un’educazione eccellente, infatti, il suo mentore fu l’umanista Vespasiano da Bisticci, già curatore della biblioteca del duca Federico e precettore dell’ultimogenito Guidobaldo. Nel 1489 sposò Fabrizio Colonna, capostipite di un ramo cadetto dell’importante lignaggio baronale romano. Nel febbraio del 1490 nacque la prima figlia della coppia, Vittoria, che sarebbe divenuta marchesa di Pescara e celebre poetessa.
Per una politica di alleanze fra le dinastie, il padre Fabrizio Colonna promise a soli tre anni la figlia Vittoria in matrimonio a Ferrante d’Avalos che aveva ereditato dal padre il titolo di marchese di Pescara. Lo scopo del matrimonio era esclusivamente quello di rafforzare la posizione di Fabrizio Colonna alla dinastia aragonese che regnava a Napoli. Il 27 dicembre 1509 Vittoria Colonna sposò Ferrante d’Avalos con grande fasto nell’isola di Ischia. Qualche anno dopo, proprio ad Ischia, Vittoria apprese la notizia che a Ravenna il Padre Fabrizio Colonna e il marito Ferrante d’Avalos furono fatti prigionieri dopo una cocente sconfitta.
In questa triste occasione Vittoria Colonna scrisse una celebre lettera che mostrava tutta la sua devozione verso lo sposo, i suoi versi sobri ed eleganti svelavano la sua profonda costernazione e al tempo stesso la sua grande dote di poetessa. L’epistola fu, in seguito, letta pubblicamente e ammirata dai contemporanei e citata dai posteri. Nel 1525 la sorte non fu generosa con Vittoria Colonna, infatti, proprio in quell’anno durante la battaglia di Pavia, il marito Ferrante d’Avalos fu gravemente ferito e morì dopo poco tempo, lasciandola vedova. Il dolore profondo animò Vittoria che compose dei versi struggenti dedicati al defunto consorte, la sua scrittura fondeva il classicismo di Petrarca e una vena di misticismo religioso. Chiusa in se stessa ebbe una profonda crisi spirituale, desiderava solo vivere lontano dal mondo, ritirandosi dalla vita pubblica. Il fratello Ascanio, un’istrionica personalità che dedicava il suo tempo all’alchimia e alla negromanzia, era molto contrario alla scelta ascetica e d’isolamento della sorella, sicché fece in modo di convincerla a tornare a Marino, città natale. Erano anni difficili per la famiglia Colonna, coinvolta in gravi contrasti con lo Stato Pontificio, infatti, Clemente VII, il secondo papa di casa Medici, dopo minacce e infuocati avvertimenti, fece radere al suolo tutte le proprietà dei Colonna. Benché la nobile Vittoria Colonna cercasse una pacifica mediazione con Santa Romana Chiesa dovette fuggire da Marino e, passando per Napoli, rifugiarsi ad Ischia. Nel 1527, “Annus Horribilis”, le truppe del futuro imperatore Carlo V d’Asburgo misero a fuoco e fiamme Roma, il pontefice scappò in modo rocambolesco dalla città eterna, in questa drammatica circostanza Vittoria Colonna cercò di aiutare i nobili romani mettendo a disposizione i suoi beni e accogliendoli ad Ischia, dette asilo a molte dame e letterati. Fondamentale per la nobildonna romana fu l’amicizia con Michelangelo Buonarroti che avvenne proprio in quegli anni turbolenti. Guerre, pestilenze e contrasti religiosi scandirono la vita di Vittoria Colonna fra Roma ed Ischia, aveva pochi punti di riferimento, Michelangelo rappresentava un’ancora di salvezza. Profondo e indissolubile fu il rapporto fra lo scultore fiorentino e la poetessa Colonna, che rimase unita per tutta la sua esistenza. Vittoria Colonna riusciva allo stesso tempo raggiungere vette di grande spiritualità e cadute nei più perigliosi abissi dell’anima. La sua austera natura lambiva terreni pericolosi, Vittoria Colonna era una vergine meretrice dallo spirito ribelle, devota a Cristo e alla sua intelligenza. La morte la colse il 25 febbraio del 1547 dopo una lunghissima malattia, l’amico Michelangelo l’assistette fino all’ultimo respiro nel convento delle benedettine di S. Anna dei Funari a Roma.
A Vittoria Colonna:
“Un uomo in una donna, anzi uno dio, per la sua bocca parla, ond’io per ascoltarla son fatto tal, che ma’ più sarò mio. I’ credo ben, po’ ch’io a me da lei fu’ tolto, fuor di me stesso aver di me pietate; sì sopra ‘l van desìo mi sprona il suo bel volto, ch’io veggio morte in ogni altra beltate. O donna che passate per acque e foco l’alme a’ liei giorni, deh, fate c’a me stesso più non torni”.
(Rime, Michelangelo)
Rachel Valle © 2017
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