THOTILA L’IMMORTALE

THOTILA L’IMMORTALE

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Il mio nome è Abaduila ma tutti mi chiamano Thotila. Non ricordo il vero volto di mia madre perché ero troppo piccolo quando lei morì. Il mio nome fu scelto da lei, fu un gesto affettuoso, uno dei pochi nella mia vita, infatti, Abaduila in goto, la mia lingua, significava “piccolo uomo”. Tutta la mia infanzia l’ho vissuta a seguito della mia gente che si spostava di città in città, conquistando paesi con la violenza di un fulmine in piena estate. Non ho terra io, piccolo uomo, ma un’antica leggenda raccontata da mia madre narrava che un giovane uomo discendente dalla nobile famiglia ostrogota degli Amali di cui faceva parte anche Teodorico, vicina alla Sippe di Hildbad un giorno di primavera sarebbe diventato re degli OstroGoti: quello sono io! Fin dalla prima infanzia m’insegnarono a cavalcare e l’uso delle armi.

Dopo la morte di mia madre fui affidato alle cure di mio nonno materno Ildibado che mi allevò come un figlio, proteggendomi dai nemici che fin dalla tenera età mi volevano assassinare. Era un tempo difficile, il suolo della generosa terra, che un tempo fu l’ombelico dell’impero romano, era ormai campo di battaglia fra la mia gente, i Goti, e i Bizantini che ne rivendicavano il legittimo possesso. Anni sanguinosi che vedevano numerosi repentini mutamenti politici, segnati da continue guerre. Roma caput mundi o città eterna era l’obiettivo più ambito di conquista, chiunque avesse messo a ferro e fuoco la città e ne avesse preso possesso sarebbe stato il vero e unico vincitore. I Bizantini, che vantavano di essere eredi dei Greci e legittimi successori di Roma imperiale, erano superiori numericamente rispetto a noi Goti, disprezzati perché barbari. Il difetto più grande dei miei nemici era la mancanza di unità, troppi erano i capi ambiziosi che pretendevano la successione del trono imperiale, la debolezza nel comando rendeva scompiglio fra le truppe bizantine. Io, intanto, crescevo nell’abilità di cavaliere tanto che mi dettero l’appellativo “Abramal Wair” cioè guerriero senza paura. La mia era invece solo spavalderia giovanile.

Mio nonno Ildibado mi mise a capo di una guarnigione di Treviso. Dopo la cattura di Witige da parte di Belisario, il valoroso comandante bizantino, la mia gente elesse un nuovo re, mio nonno Ildibado appunto, era un nobile guerriero nipote del re dei Goti. Scaltro e abile stratega, approfittando dell’assenza di Belisario e dell’insubordinazione di molti soldati Bizantini, che da parecchio tempo non ricevevano la paga da Giustiniano, riuscì a sconfiggere i nostri nemici, ottenendo successi militari. Mio nonno Ildibado vinse, infatti, l’esercito bizantino, costituito nella sua maggioranza dagli Eruli, nei pressi della città Treviso nel 540. Il suo successo era naturalmente frutto di esperienza sul campo di battaglia, ma era pur vero che l’esercito nemico soffriva dello scontento effettivo dei soldati che non si sentivano pienamente gratificati e rappresentati dai loro capi. All’interno delle truppe Bizantine la disarmonia era sovrana, visibile anche perché i comandanti non erano in grado di comunicare un unico ordine per la varietà delle lingue parlate. Mio nonno mi affidò un incarico importante, direi fondamentale per il mio futuro successo personale e dei Goti. Mi nominò a capo della guarnigione in una regione che confinava direttamente con i possedimenti imperiali. Mi trovavo in una zona strategica che sarebbe diventata presto la nostra via principale d’invasione, sarei passato con i miei soldati nell’antico cuore del regno Bizantino. Il re Ildibado aveva fiducia in me, conosceva il mio valore. Mio nonno avrebbe avuto un grande destino come sovrano dei Goti perché salomonico nelle sue decisioni, aveva, infatti, un grande ascendente sulla nostra gente che lo amava.

Il suo trono fu spezzato da un soldato della tribù dei Gepidi che faceva parte della guardia reale. Re Ildibado non volle affidare le redini di una guarnigione posta ai confini di Treviso a questo militare perché il compito richiedeva grande fiducia. Re Ildibado credeva che il Gepido fosse prossimo al tradimento. Il Militare covò un tale risentimento verso Ildibado che pensò di vendicarsi alla prima occasione. Fu così che, dopo un’importante vittoria contro i Bizantini, re Ildibado organizzò un sontuoso banchetto ai suoi compagni d’arme. Re Ildibado mentre era disteso su un triclino, intento a celebrare il suo successo, fu colto alle spalle dall’infido Gepido che con una grossa ascia ne decapitò la testa. La stirpe dei Rugi, approfittando del momento di caos dovuto a questo sanguinoso fatto, riuscì a nominare re dei Goti uno dei loro capi senza tenere in considerazione la mia discendenza. Erarico era dunque il nostro nuovo re, però la decisione di eleggerlo capo della nostra gente non fu per nulla fausta. Re Erarico non aveva un’indole di guerriero, non era certo uno spirito temerario, insomma un vero leader come mio nonno Ildibado. La prima cosa che fece, infatti, fu quella di cercare la pace con Giustiniano solo per ottenerne un beneficio personale. Non solo non era la volontà dei Goti trovare un accordo con i Bizantini, soprattutto non desiderava sottomettersi alla corona di Giustiniano grazie ad un loro rappresentante codardo. Questo modo d’agire subdolo di re Erarico, che pensava di arrivare fra i comandanti preferiti dell’imperatore bizantino senza pensare al bene del suo popolo, fece sospettare ai Goti l’inizio di un tradimento.

Fu proprio allora che la mia gente, che tanto amava Ildibado, mi offrì segretamente la corona. Non persi tempo nella mia decisione di essere il nuovo re dei Goti, prima però dovevo uccidere re Erarico perché doveva essere un chiaro segnale da parte mia: l’orgoglio della nostra gente non scendeva a compromessi col nemico. Fu così che feci un agguato a Erarico, il quale mai avrebbe immaginato di trovarsi davanti al suo assassino, ma io agivo per una ragion di stato. Io, Abaduila, nipote di Ildibado, fui eletto re dei Goti nel giugno del 541, il mio popolo mi volle chiamare Thotila, perché non ero più quel tenero “Piccolo Uomo” bensì il loro valoroso capo.

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Non delusi le attese dei Goti, dimostrandomi degno erede di Ildibado, anzi, da mio nonno avevo imparato che la mia gente doveva essere amata e rispettata come una famiglia, sicché il mio ruolo era animato di un alto senso di giustizia e di magnanimità. Mi resi conto che bisognava trattare i nemici catturati come degli ospiti, i nostri prigionieri dovevano essere rispettati, questo avrebbe fatto capire a Belisario che non eravamo Barbari mossi da atti di crudeltà gratuita, per cui eravamo celebri in passato. Questa mia decisione fu rivoluzionaria a tal punto che i comandanti Bizantini, Belisario prima e Narsete in seguito, mi consideravano un loro pari, definitivamente diverso dai modelli come Attila, re degli Unni. Questo cambiamento non mutava certo la nostra forza in battaglia ma destava ammirazione nei nostri confronti, fu così che Procopio stesso descrisse la mia personalità come un re gentiluomo. La cosa più sorprendente non fu certo l’approvazione di un personaggio illustre, bensì l’arrivo di molti soldati Bizantini, provenienti da ogni angolo dell’impero, e la loro decisione di passare nelle file del mio esercito, ingrossando le unità delle mie guarnigioni. I nuovi soldati erano Eruli, Gepidi, Bizantini che sapevano di trovare in me un loro capo, un leader che li potesse rappresentare, scevro da regole sociali che caratterizzavano l’impero bizantino. I Goti erano un popolo libero, non avevano mai impostato la loro società in caste e divisioni sociali che, invece erano alla base dei discendenti dell’impero romano. Fu così che autorizzai, nella mia strategia politica di coesione, di approvare i matrimoni tra schiavi e uomini liberi, fu una novità assoluta per quei tempi. Grazie a questo mio nuovo modus operandi, ottenni grande successo fra i miei uomini e fra i nuovi arrivati. Io Thotila, in pochi anni riuscii a riprendermi gran parte del territorio dell’Italia, riconquistando tutte le terre che i miei predecessori si lasciarono sfuggire. Le vittorie in battaglia erano sempre più numerose, benché mi trovassi sempre in inferiorità numerica, il mio segreto era l’unità d’azione e un’intelligente strategia militare. Lo spirito della vittoria era condiviso con i miei uomini d’arme, non era solo un mio successo ma di tutto il popolo dei Goti. Insieme abbattemmo confini che sembravano eterni, le mura delle città non furono più ricostruite, il mio regno si ampliava con grande velocità. Il valore del mio esercito era indiscusso, subimmo sconfitte ma questo era dovuto, in gran parte, dalla capacità politica e diplomatica dei Bizantini, abili nello stringere alleanze convenienti con astuzia.

Furono molti gli avvenimenti che caratterizzarono la mia ascesa politica, conquistammo per ben due volte la città eterna, Roma, sconfiggendo il più importante fra i comandanti Bizantini: Belisario. Compresi che dovevo mettere fine alla guerra, i miei uomini erano stanchi di combattere, cercai di imboccare un’altra via politica, quella della diplomazia, perché non avevo più bisogno di dimostrare alla mia gente la nostra potenza. Iniziai a mandare ambascerie in più occasioni, dopo la conquista romana, dimostrandomi generoso nei confronti dell’imperatore Giustiniano, avrei concesso ai Bizantini: terre e denaro. Di certo i Goti non vollero mai sottomettersi all’Impero.

Nonostante le mie proposte e concessioni Giustiniano non volle mai arrendersi all’idea di essere dominato da un barbaro, così tutti i miei sforzi furono vani. L’ostacolo più grande era l’intransigenza di Giustiniano, l’imperatore voleva conquistare, infatti, tutto il territorio italico, lo considerava legittimamente suo, perché solo lui era il vero e unico erede della “Romanità”. Avrebbe ucciso tutti i Goti a qualsiasi costo e prezzo, Giustiniano sapeva che ci sarebbe riuscito anche perché dalla sua parte vi era il Santo Padre. Un’azione diplomatica tesa al riconoscimento di Giustiniano come unico rappresentante della Cristianità sul suolo italiano era in atto già da qualche tempo, da parte del pontefice, che non mi avrebbe mai sostenuto perché in primis ero ariano. Giustiniano sapeva anche che in Italia i romani soffrivano dall’occupazione che ritenevano straniera, soprattutto per la differente religione tra i germani ariani e i romani ortodossi, questo spingeva ancor più da parte dell’imperatore a un deciso intervento.

Allora tentai la via diplomatica con i Franchi, un matrimonio politico con la figlia del loro re avrebbe cementificato la nostra unione di popoli oltralpe, non avrei preso solo moglie bensì avrei stretto una fondamentale alleanza. Fu un altro fallimento diplomatico che provocò al mio popolo un inesorabile e definitivo isolamento nei confronti delle altre nazioni confinanti. Questo causò il mio primo e più importane insuccesso come diplomatico, l’ago della bilancia si spostò dunque verso Giustiniano, che aveva raccolto tutto il consenso del resto delle nazioni, manovrate dal Papa. Non fu lui la causa della mia definitiva sconfitta, bensì la determinazione del nuovo comandante Narsete, l’eunuco.

Belisario fu richiamato in patria. Giustiniano nutriva il sospetto, insinuato da alcuni ufficiali Bizantini presso la corte imperiale, che Belisario potesse impossessarsi delle recenti conquiste, così decise di richiamare a Bisanzio il generale vittorioso cui gli si offrirono grandi trionfi. Narsete o Narses era originario della Persarmenia una regione che comprendeva parte dell’Armenia tra il tratto superiore del Tigri e il fiume Arsino. Era soprannominato il martello dei Goti. Narsete non era il primo generale eunuco a militare nell’esercito imperiale, ma l’unico che avrebbe definitivamente sconfitto i Goti. Nel 551 fu, infatti, affidato a Narsete un grande esercito raccolto per via terra unendosi con il resto delle guarnigioni a Ravenna, quindi, l’eunuco mosse verso il sud dandomi battaglia campale presso Gualdo Tadino. Procopio di Cesarea definì lo scontro: “La battaglia dei Giganti”. Fu l’inizio della mia fine. Il giovane comandante, fresco di novità militari, agì contro il mio esercito usando una tattica in battaglia che piegò lo schieramento dei Goti.

Fu la rovina del mio esercito che fu decimato e messo in ginocchio da tanta potenza e abilità. I greci mi chiamarono Thotila, mentre io ero per la mia gente Abaduila Rex, e stavo morendo. Nei pressi del villaggio di Tagina fui ferito gravemente, benché chiedessi la resa a Narsete, altrimenti non saremmo sopravvissuti al massacro inferto dai Bizantini con quell’attacco ad “arco”. La macchina da guerra nemica non si arrestò di fronte alla mia richiesta, seimila Goti morirono sulla collina. Le frecce piovvero su di noi come cavallette impazzite, raccolsi pochi fedeli seguaci e fuggii verso Caprara di Gualdo Tadino (Caprae). Le frecce dei tiratori dell’esercito bizantino non fermarono la nostra fuga, ma fui colpito da una lancia che mi trafisse la spalla. Il mio sogno di conquista in Italia stava giungendo al termine, i Goti non sarebbero mai stati i vincitori di quella lunga guerra contro i Greci. Il caldo era opprimente a fine giugno, chiesi al mio primo comandante di trovare presto un ricovero perché sapevo che non avrei resistito a lungo con quella brutta ferita alla spalla. Trovai rifugio in una torre diroccata, feci accendere un fuoco perché, nonostante fosse estate, io sentivo un gran freddo che si diffondeva nelle mie membra. Il respiro si faceva sempre più faticoso e il dolore più pungente. La mia corazza fu tolta dai miei fedeli armigeri, il giaciglio che mi ospitava era tinto di rosso vermiglio, il mio sangue usciva copioso come un fiume in piena.

Quell’immagine mi fece ricordare un episodio nefasto che aveva marchiato la mia reputazione in passato. Le città di Firenze e Fiesole si trovavano in un punto strategico sulla strada tra Ravenna e Roma, quindi, la loro conquista era certamente ambita da parte del mio esercito e da quello bizantino. Nel 539 i Greci posero d’assedio la città di Fiesole, la sua popolazione tentò di resistere per sette lunghi mesi prima di capitolare mentre la città di Firenze fu definitivamente conquistata nel 541 dai Bizantini al comando di Giustino. Proprio in quell’anno portai l’esercito dei Goti verso la florida città del giglio, ci accampammo nei pressi delle mura di Firenze ponendola d’assedio. Il terreno della nostra iniziale conquista si svolse, però, nel vicino Mugello. Lo scontro fra la mia gente, i Goti e i Greci fu violento, entrambi gli eserciti volevano quella terra. Il sangue inondò le campagne della vecchia Etruria, ma alla fine avemmo in pugno la battaglia e così pure la vittoria. Non entrammo in città di Firenze fino alla metà del 500 perché era in mano ai Greci.

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…I’ fui de la città che nel Batista

Mutò ‘l primo padrone; ond’ei per questo

Sempre con l’arte sua farà trista;

e se non fosse che ‘n sul passo d’Arno

rimane ancor di lui la vista,

que’ cittadin che poi la rifondarno

sovra ‘l cener che d’Attila rimase,

avrebber fatto lavorare indarno…

Dante (Inferno – Canto XIII – 143,150).

“Flagellum Dei” (Flagello di D-o), così ero nominato dai miei nemici. In realtà era l’appellativo di un altro barbaro: Attila re degli Unni il quale era un sovrano violento, assetato di sangue che combatteva i Bizantini sul fronte orientale della penisola. Alcuni uomini fidati al mio seguito mi narrarono alcune vicende molto oscure sul suo conto. La sua ferocia era celebre. Il suo desiderio di sangue nasceva dalla superstizione che si era fatta padrona del suo destino. Attila non agiva in battaglia secondo una tecnica militare precisa, si affidava prima di tutto alla consultazione di maghi e indovini, che condizionava le sue decisioni. La confusione dei popoli romani fu alimentata dall’abile Giustiniano, il quale fece insinuare perfidamente, dopo la perdita dei suoi territori, che io fossi simile al “Flagellum Dei” per ferocia e potenza distruttiva. La mia figura era così speculare a quella di Attila per le popolazioni indigene. Attila era molto diverso da me. L’aurea nefasta che circondava il re degli Unni danneggiava la mia immagine di cavaliere ardimentoso. Non avevo ancora preso moglie quando salii al potere nel 541 d. C. probabilmente perché ero troppo intento nella conquista della terra italica. Sapevo che la mia discendenza era preziosa per i Goti, ma non volevo ancora assicurare una futura dinastia alla mia gente perché ritenevo che non fosse ancora giunto il momento giusto. Attila era noto anche perché si raccontava che avesse numerose mogli e centinaia di figli sparsi nel suo regno.

Ciò che lo rendeva terribile agli occhi dei Bizantini e, per dir il vero, anche dal mio punto di vista era la leggenda nera che lo esaltava come uomo crudele. Si dice che dopo un vaticinio di un potente mago, per avere più potere e gloria, ordinò alla prima moglie di servirgli in un banchetto rituale i propri figli Erp ed Eitil, arrostiti e insaporiti di miele. Mangiando la sua prima progenie l’Unno avrebbe ottenuto l’invincibilità sui suoi nemici.

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Questo episodio si diffuse fra le popolazioni Romane con rapidità, alimentando la paura e il terrore di essere invasi da un essere demoniaco. I Greci ne approfittarono per denigrare anche la mia persona e reputazione. Si dice, infatti, che Attila volle vendicare il suo compagno d’arme Catilina, distruggendo la città di Fiesole, ma soprattutto la vicina Firenze. Dopo la mia conquista del Mugello non ci fu l’invasione della città del bianco giglio, Firenze non fu presa in quel momento, fu solo posta d’assedio. La città, infatti, restò in mano bizantina fino al 547. Solo più tardi fu conquistata dai Goti. Narsete progettava fin da quel momento la mia distruzione, anche con astuzie che mi resero una figura orribile al pari di Attila. I Fiorentini erano troppo “Orbi” per capire la differenza, ma ormai la mia immagine fu segnata definitivamente da questa terribile nomea. Non volli mai distruggere a ferro e fuoco la bella “Florentia” ma mi resi protagonista di un inganno pur di espugnare la città. Organizzai un manipolo di uomini per un’ambasceria di pace, i Bizantini credettero che la mia resa fosse prossima. Presto riuscimmo entrare dalle porte settentrionali.

I Greci volevano la mia testa, sarebbe stato il trofeo più ambito da offrire all’imperatore Giustiniano, perché sapevo perfettamente che non mi avrebbero mai fatto prigioniero. Il mio esercito si era appostato proprio alle fauci meridionali della città, secondo il mio ordine, era in attesa del segnale d’invasione. Compresi subito che non avrei avuto scampo, sicché quando fui accompagnato nella piazza principale di Florentia, il vecchio foro romano, detti il segnale ai miei uomini: una freccia infuocata si elevò sopra l’arco di trionfo che conduceva al lato sud di Firenze. Si scatenò in quel momento l’inferno. Tutti i Greci che presiedevano il lato nord si riversarono lungo il Cardo Massimo, io nel frattempo, sguainai la mia spada e insieme ai miei soldati più fedeli cominciai la battaglia nel cuore della città. Scorreva il sangue dei Bizantini sorpresi dalla mia mossa sul bianco marmo Adrianeo della strada che decorava il Foro, avevo anticipato il loro piano strategico. La mia azione era stata studiata con astuzia, però avevo ordinato ai miei Goti di non mietere vittime fra la gente locale, che si trovava spettatrice di una guerra non voluta. I cittadini erano sconvolti da un ventennio di guerre spietate e ininterrotte (535 – 555) a Firenze e sul suolo italico, si spense ogni ricordo di quello che fu la civiltà romana, lasciando solo rovine, miseria e morte in ogni angolo della penisola. Non sarebbe stata mia intenzione uccidere la gente di Firenze, ma la guerra porta inevitabilmente vittime. Distruggere le mura e radere al suolo la città non sarebbero state un’abile mossa militare, sicché era più consono conquistare il prezioso presidio con uno stratagemma senza spargere inutile sangue.

Così dopo la presa della vecchia Florentia lasciai Indulfo, il mio più fidato comandante nel sito a gestire la vittoria. Lasciai Firenze il giorno seguente, spostandomi verso il Mugello, da quel momento non rientrai più in città. Le astuzie unite ai sotterfugi dei Bizantini crearono una leggenda nera su di me, naturalmente era falsa e tendenziosa. All’esercito dei Greci faceva comodo far credere alla popolazione di Firenze quanto io fossi violento e sanguinario così i Fiorentini si sarebbero schierati dalla loro parte. Io Thotila ero diventato un demonio, colpevole di atroci martirii. Ero il simbolo dell’eresia ariana, in nome della quale uccisi i Cristiani Ortodossi per divertimento e spregio. Si racconta che la sera del giorno quando il mio esercito espugnò Firenze con l’inganno, io organizzai per la vittoria avvenuta un sontuoso banchetto. Il palcoscenico di quella celebrazione era l’antico Tempio Capitolino ormai in rovina, sulle cui spoglia i Fiorentini avevano edificato una chiesa dedicata alla Vergine Maria. All’interno dell’area sacra, un tempo intitolata a Giove Capitolino, si stendeva un sontuoso tavolo imbandito con cibo delizioso e le migliori leccornie provenienti dalle cucine reali.

Sui triclini i miei compagni d’arme bevevano il vino più buono, brindavano copiosamente al successo della giornata contro i Greci. Fu servito su uno scudo dei nemici un capretto arrostito, segno della sconfitta bizantina. Nel mezzo di questa orgiastica cena io, secondo la vile tradizione, avrei invitato al mio cospetto i capi dei bizantini, nostri prigionieri. Iniziai a formulare delle domande sulla loro fede e chiesi loro se fossero Cristiani Ortodossi. Alla mia richiesta risposero che credevano nella figura di Gesù Cristo, l’unico figlio nato dallo Spirito Santo, in D-o Onnipotente e nella Santa Trinità. Feci servire loro del capretto, dicendo che era la carne della vittima sacrificale. I Greci si rifiutarono di mangiare quel cibo perché era un atto blasfemo secondo l’ortodossia: solo il corpo di Cristo era il simbolo del sacrificio.

Cominciai allora a chiedere come potesse essere divino il corpo di un uomo, fatto di carne e sangue. La disputa fece ammutolire tutti i servitori presenti che mi guardavano con superstizione mista a paura per quelle parole eretiche. Continuai il mio discorso dicendo che se avessi sgozzato uno di loro avrei emulato il sacrificio dell’Agnus Dei. A quelle parole una vecchia donna del popolo scappò inorridita dalla stanza correndo sulle gradinate del Tempio, urlò a squarciagola che Thotila re dei Goti era il figlio del demonio. Fu proprio allora che io avrei sventrato i nemici sull’altare dell’antico sacello facendo scorrere il loro sangue copioso sulle strade dell’antico foro. Il panico si sarebbe diffuso fra la popolazione in quell’istante, definendomi “Flagellum Dei”, barbaro e assassino. Questo episodio sarebbe stato l’inizio della mia rovina agli occhi di tutti i cittadini e in particolare a quelli del vescovo della città. L’arma dei miei nemici era più potente che mille spade, la menzogna cominciò a dilagare come la piena dell’Arno, giunse fino alle orecchie del Santo Padre che mi bandì con la sua arma più potente: la scomunica. Io Thotila ero così la rappresentazione del male, per questa ragione dovevo essere sconfitto a tutti i costi dai regnanti di fede Cattolica.

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Ero sul mio letto di morte che compresi l’errore di essermi posto contro il vero nemico: il Papa. Io perseguivo il mio sogno, volevo essere l’erede di Teodorico, amato per il mio modo libero di governare l’Italia, senza più restrizioni sociali. Togliendo i ricchi possedimenti al Pontefice, eliminando così i privilegi dei Nobili Romani per offrire terre alla popolazione e il diritto di scelta firmai la mia condanna politica e sociale. Sbagliai a considerare Giustiniano il vero nemico.

Neppure l’incontro con San Benedetto mi fece riflettere sul mio obiettivo e la situazione politica. Avendo sentito dire che San Benedetto aveva la grande capacità di profezia, mi diressi al suo monastero. Mi fermai nei pressi del monte che ospitava il Santo, decisi di inviare un mio messo per avvisare che a breve sarei giunto al suo cospetto. Presto mi fu risposto che i monaci benedettini mi stavamo aspettando. Volli incontrare l’autorità religiosa perché intendevo capire l’importanza del potere politico, ma soprattutto lo scopo del potere. San Benedetto si dimostrò disponibile di fronte alla mia richiesta pragmatica.

Naturalmente per la mia natura concreta, radicata sui fatti reali, volli mettere alla prova il Santo se per davvero fosse un profeta. Allora decisi di chiamare il mio scudiero Riggo davanti a me, gli chiesi di spogliarsi, al che l’uomo fu colto da stupore: “Perché questa richiesta mio re, non sono degni questi panni?”. Continuai allora col sorriso: “Svelto Riggo, togli i tuoi vestiti perché presto indosserai i miei panni! Così sarai tu a incontrare San Benedetto, travestito da me, e potrò veramente scoprire se il monaco dice il vero sulla sua natura profetica!”. Così lo scudiero Riggo con le vesti regali si finse me e si diresse dal monaco presentandosi come fosse il re in persona. Riggo aveva un aspetto imponente grazie a quei magnifici indumenti, fu accolto con grandi cerimonie dai monaci benedettini che lo condussero nelle stanze superiori dell’edificio, dove avrebbe dato udienza San Benedetto. Riggo aveva quasi raggiunto il religioso quando San Benedetto sentenziò a voce alta: “Figliolo togliti quei panni, posa davanti a me quel che porti addosso perché non ti appartiene!”. Riggo scoperto nell’inganno ordito dal suo re Thotila, si buttò ai pedi del Sant’Uomo implorando pietà, come lui tutti i messi che l’avevano accompagnato. Così mi avviai di persona da San Benedetto, appena vidi la sua santa persona, mi prostrai ai piedi e rimasi fermo a terra. Allora il monaco per due volte gli gridò: “Alzati!”. Io non volevo di nuovo sfidare l’uomo di D-o e non ebbi il coraggio di alzarmi davanti a lui. San Benedetto allora si avvicinò e mi sollevò da terra e mi dette conforto e fondamento al mio potere. Soltanto la vicinanza del monaco dette voce a quelle risposte che stava cercando: il potere può contribuire al Bene comune solo con l’unità d’intenti, con l’approvazione dei rappresentanti della fede. San Benedetto rimproverò la mia cattiva condotta e predisse quanto mi sarebbe accaduto. “Tu stai portando tanto dolore in questo mondo – gli disse – molta sofferenza recherai alla popolazione e ai tuoi avversari. Placa la tua sete di potere e la tua crudeltà. Vai a Roma. Regnerai la Città Eterna per nove anni e il decimo morirai”. Le parole di San Benedetto mi colpirono profondamente, allora chiesi al santo che pregasse per me, poi me ne andai. Da quel giorno la mia responsabilità aumentò nei confronti delle popolazioni conquistate e diminuì la mia violenza.

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Solo in questo momento, dove tutta la mia vita scorreva davanti ai miei occhi con la rapidità del giorno che abbandona la sua luce al tramonto, compresi il grande messaggio di San Benedetto. Avrei dovuto dar voce a quell’unità di spirito col pontefice che mi fu suggerita dal monaco e non far prevalere il potere dell’uomo, privando il Santo Padre dei suoi Beni. Era troppo tardi ormai. Il dolore della ferita alla spalla era sempre più acuto, chiesi di essere medicato. Lo speziale che era al mio seguito disse che le sue erbe non mi avrebbero curato e nemmeno dato il sollievo dovuto. Allora presi la decisione di ordinare ai miei uomini di allestire la mia sepoltura, che lì a breve avrebbe ospitato il mio corpo. Il luogo della mia sepoltura fu scelto fra gli altri sepolcreti di cavalieri sul Piano delle tombe, era una dimora modesta, fatta nella fretta e furia perché i miei fedeli Goti erano inseguiti dai Bizantini. Il caldo di giugno era opprimente. Udii in lontananza l’arrivo di un carro, erano Goti scampati alla furia di Narsete, fra questi anche donne e bambini.

Il mio ultimo ricordo fu la voce di un fanciullo che si rivolgeva alla madre con gentilezza, chiedendo dell’acqua, anche io desideravo bere ma non ebbi il tempo di fare quella richiesta che le forze mi abbandonarono. Re Thotila moriva e Abaduila finalmente avrebbe riabbracciato sua madre. Fui sepolto con dignità dai miei fedeli con la corazza, il cappello impreziosito di gemme, simbolo della mia regalità nella tomba di fortuna.

I Bizantini non avrebbero mai trovato quella misera sepoltura in mezzo a tante tombe se non fossero stati informati della sua precisa posizione da una donna gota che aveva assistito al rito funebre. Il mio corpo fu trovato dai Greci, fu spogliato dell’armatura che, insieme ai miei abiti insanguinati, fu inviata nella città di Bisanzio come prova della mia morte. Fui dunque riconosciuto e quindi di nuovo sepolto.

Procopio riportò i fatti della mia fine, descrisse la località, dove riposava il Re Goto. Era la fine del giugno dell’anno Domini 552, moriva Thotila e con lui finiva il dominio Goto in Italia. “Abramal Wair” il guerriero senza paura però continuò a vivere nella memoria delle future generazioni con alterni giudizi, ricordato da Dante e da Giovanni Villani nei loro illustri versi.

Rachel Valle © 2015

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