IL DIAVOLINO E IL FRATE DOMENICANO

IL DIAVOLINO E IL FRATE DOMENICANO

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Nell’angolo tra Via de’ Vecchietti e Via Strozzi, quasi mimetizzato fra il bugnato del Palazzo dei Vecchietti, si trova un “Diavolino” misterioso: una scultura porta-stendardi assai particolare. La famiglia Vecchietti aveva case e torri disseminate in questa zona fin dall’XI secolo. Dante Alighieri citò i Vecchietti nel suo capitolo del Paradiso (XV, 115-117), infatti, erano una delle più antiche e importanti famiglie fiorentine nel medioevo. Fu un discendente della nobile casata, Bernardo Vecchietti, proprietario del palazzo, che nel XVI secolo commissionò allo scultore fiammingo Jean de Boulogne, detto il Giambologna (nel 1578), quella bizzarra opera bronzea di piccole dimensioni. L’abile artista non s’ispirò alla moda vigente delle decorazioni a grottesca, ricche di un bestiario che faceva invidia alle miniature medievali, bensì alla tradizione popolare fiorentina del XIII secolo. Un giorno Bernardo Vecchietti mentre desinava con l’artista, suo protetto, iniziò a raccontare la storia di quel palazzo che li ospitava. Il maestoso palazzo di fine cinquecento, ricco d’affreschi e dall’aspetto signorile era ben diverso all’epoca dei suoi avi. La Piazza dove si affacciava il Palazzo degli Strozzi non era così rinomata nel XIII secolo, anzi ospitava il mercato delle cipolle, un luogo pittoresco, dove la gente del contado arrivava col suo prezioso carico. Intorno al suo palazzo c’erano viuzze animate dal febbrile lavoro degli artigiani, la chiesa di famiglia, San Donato, più in là l’oratorio di Santa Maria degli Ughi, poco distante si vede Santa Maria in Campidoglio, dalle antiche memorie di epoca augustea. Proseguendo in Via dei Pellicciai con la buffa Via delle Ceste, si arriva in Piazza del Vino e la gremita Piazza delle Ricotte, poi c’è il Palazzo della Luna, proprietà di celebri speziali fino a giungere a Piazza dell’Olio. Bernardo continuò a narrare al suo amico Jean de Boulogne, poiché non era fiorentino, le vicende che si svolsero intorno alla Piazza delle Cipolle prima che il Granduca Cosimo I realizzasse il Mercato Vecchio e la grande Loggia del Pesce Vasariana. Jean de Boulogne era affascinato dai racconti del suo mecenate ma in particolare fu colpito da un antico episodio della metà del Duecento. Storie simili erano narrate anche nel suo paese di origine, questi fatti antichi erano sempre avvolti da un alone di mistero, che suscitavano emozioni forti ed evocavano le paure più nascoste nell’animo umano. Curiosamente queste vicende a Jean de Boulogne ricordavano i dipinti perturbanti di un suo conterraneo, Hieronymus Bosch, celebre per le sue visioni infernali, popolate da un cupo immaginario tanto originale quanto segreto. Bernardo Vecchietti davanti ad una candela ormai consumata dalla tarda ora notturna, continuò la conversazione con un tono meno rassicurante, infatti, l’episodio non descriveva l’allegra umanità di Piazza delle Cipolle bensì un fatto oscuro davvero accaduto.

dia 4Bernardo esordì con una domanda rivolta al suo caro amico scultore: “Conosci San Pietro Martire?”. Prima di diventare santo e martire, Pietro giunse a Firenze verso l’inizio del XIII secolo, era nato a Verona. Di lui si conosce solo il nome: Pietro Rosini, ma non si menziona mai la sua famiglia d’origine, non perché fosse povera o stolta bensì perché i parenti erano dei seguaci di un’eresia, erano Catari. Allora come oggi l’autorità di Santa Romana Chiesa non ammetteva nel suo seno delle confessioni che mettessero in dubbio l’autenticità della fede cristiana, sicché il ruolo dei frati predicatori è sempre stato un ruolo chiave nell’estirpare le radici di un pensiero blasfemo. Pietro da Verona visse all’epoca di Domenico di Guzman, il fondatore dell’Ordine dei Frati Predicatori, nato dalla regola agostiniana. Pietro, infatti, ben presto entrò a far parte di questa confraternita che era nota per la sua tenace opposizione alle eresie, soprattutto nei confronti di quella catara. Pietro da Verona si distinse in particolare per la sua magnifica eloquenza di predicatore e soprattutto per la sua battaglia contro i Catari nella città di Firenze. Poco distante dalla Chiesa di Santa Maria Novella, una delle prime sedi dei Frati Domenicani a Firenze, c’è la Via del Trebbio, dal latino “Trivium”, cioè incontro di tre vie. E’ soprattutto famosa per la colonna della Croce al Trebbio dedicata a San Pietro Martire, eretta dopo il 1244 per ricordare le vicende sanguinose legate al Frate Domenicano che combatté l’eresia catara insieme ai cavalieri di Santa Maria. Pietro fondò addirittura una “Sacra Milizia” che ebbe il sostegno del popolo minuto.

dia 5Bernardo Vecchietti si fermò solo un momento per sorseggiare il suo vino e continuò il suo racconto. “Caro Jean erano tempi difficili e violenti, le persone vivevano sotto l’ombra della Santissima Inquisizione, temevano che la sua lunga mano potesse colpirli in ogni istante.” Pima dello scontro alla Croce al Trebbio dove decine di Catari furono uccise, l’attività del Frate Domenicano era frenetica, la piazza di fronte alla Chiesa di Santa Maria Novella era teatro della sua predicazione. Pietro sapeva incantare la folla con i suoi sermoni infuocati, le sue parole descrivevano scenari apocalittici, tanto che avevano il grande potere di suggestionare i presenti. Era l’anno Domini 1243 quando Pietro da Verona decise di spostare la sua predicazione verso il vecchio centro di Firenze. Il Frate Domenicano era a conoscenza che in Piazza delle Cipolle si svolgeva un grande mercato perché molti cittadini affollavano il luogo per acquistare le primizie provenienti dalla vicina campagna. Pietro pensò fosse il palcoscenico ideale per i suoi sermoni, così si diresse verso la piazza passando per la Via del Trebbio, inoltre le sue parole avrebbero conquistato anche la gente del contado. Giunto in Piazza delle Cipolle salì su un vecchio carro che era collocato a ridosso della via, proprio vicino al Palazzo dei Vecchietti. Da lì sopra avrebbe avuto un’eccellente visuale che dominava tutta la piazza. Il Frate Domenicano, dal lungo abito nero, aprì le braccia e iniziò la sua orazione, un gruppetto di fiorentini si accalcò intorno ai suoi piedi e presto Pietro riuscì ad avere l’attenzione di tutta la folla presente.

dia 10Pietro tuonò:

“Quando l’Agnello sciolse il primo dei sette sigilli, vidi e udii il primo dei quattro esseri viventi che gridava come con voce di tuono: “Vieni”. Ed ecco mi apparve un cavallo bianco e colui che lo cavalcava aveva un arco, gli fu data una corona e poi egli uscì vittorioso per vincere ancora” .

I versi tratti dall’Apocalisse di San Giovanni scossero l’ingenuo pubblico, che fece un gran silenzio. Sembrava che la Piazza delle Cipolle smettesse all’improvviso di vociare.

“Quando l’Agnello aprì il secondo sigillo, udii il secondo essere vivente che gridava: “Vieni”. Allora uscì un altro cavallo, rosso fuoco. A colui che lo cavalcava fu dato potere di togliere la pace dalla terra perché si sgozzassero a vicenda e gli fu consegnata una grande spada”.

Il Frate Domenicano scelse quel brano perché era consapevole che le immagini che lo animavano avrebbero avuto un grande effetto sulla gente semplice. I cavalli facevano parte della vita quotidiana dei contadini, erano creature forti ed eleganti, simbolo della giustizia divina, portatori di angeli e cavalieri.

“Quando l’Agnello aprì il terzo sigillo, udii il terzo essere vivente che gridava: “Vieni”. Ed ecco, mi apparve un cavallo nero e colui che lo cavalcava aveva una bilancia in mano. E udii gridare una voce in mezzo ai quattro esseri viventi: “Una misura di grano per un danaro e tre misure d’orzo per un danaro! Olio e vino non siano sprecati”.

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Appena pronunciato lo scioglimento del terzo sigillo, Pietro ammonì la folla di condurre una vita all’insegna della fede e della povertà: il denaro era lo sterco del Demonio e solo la carità verso il prossimo sarebbe stata la via della loro salvezza. Al lato del suo carro all’improvviso si udì un gran fermento, i villani iniziarono a urlare come dei forsennati quasi fossero stati infilzati dal forcone di mille diavoli. Lungo la via che conduce al Palazzo dei Vecchietti, si sentirono pesanti zoccoli che alzarono una gran polvere, il loro rumore sempre più forte e più vicino fece spaventare tutti i presenti. Dalla visione apocalittica appena descritta dal Frate si materializzò all’angolo della strada un grande cavallo nero, pareva fuoriuscito dal nulla. Le narici fumanti emanavano un odore acre di zolfo, i suoi occhi erano infuocati come le fiamme dell’inferno. L’infernale destriero scatenò il panico in mezzo alla folla. Pietro da Verona con un gran salto si precipitò davanti all’animale imbizzarrito, alzò la mano destra disegnando sulla pesante aria il segno della Santissima Croce. Il cavallo nero sembrava non demordere e inferocito si diresse davanti al Frate Domenicano: “In nome del Signore Gesù Cristo, io ti ordino di sparire, essere immondo!”. Ci fu un istante in cui il cuore dei presenti si fermò: il grosso animale elevò le zampe anteriori sul capo del religioso con tutta l’intenzione di schiacciarlo. Pietro con gran fervore sentenzio: “Vattene via bestia nera del demonio, ti ordino di andartene da questo luogo protetto dalla mano del Signor Gesù Cristo!”. Dopo queste parole minacciose il cavallo nero, di grandi dimensioni e d’immensa potenza si volse nell’opposta direzione e si dileguò in una nube di zolfo. Presto i villani si svegliarono da quel brutto incubo vissuto a occhi aperti e invocarono all’unisono: “Miracolo! Miracolo!”, abbandonando ogni angoscia. La folla s’inginocchiò ai piedi del Frate Domenicano, il quale dette una benedizione collettiva, così la pace e la tranquillità riprese a diffondersi sulla Piazza delle Cipolle. Suonò la terza ora della notte quando Bernardo Vecchietti finì di raccontare quella strana vicenda, Jean era ipnotizzato da quelle immagini evocate dal suo mecenate.

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L’artista chiese avidamente a Bernardo chi avesse affrescato gli episodi di San Pietro Martire sulla parete esterna della loggetta aperta del Bigallo. Bernardo rispose con tono laconico che l’episodio fu dipinto da Rossello di Jacopo Franchi intorno agli anni quaranta del Quattrocento, riportando esattamente l’immagine del Frate Domenicano mentre caccia il demonio sotto le sembianze di un cavallo nero infuriato con il segno della Santa Croce. Dopo quell’ultima risposta Bernardo Vecchietti spense la candela e si congedò dall’amico scultore. Jean de Boulogne era tutt’altro che assonnato: migliaia d’immagini si affastellavano nella mente dello scultore, sentiva le grida dei Catari che soccombevano sotto l’ira del Frate Domenicano. Le visioni allucinanti di Hieronymus Bosch si fondevano con i versi dell’Apocalisse di San Giovanni… L’artista fiammingo scese nel suo studio e iniziò a disegnare freneticamente quelle immagini. Un vortice di mille suoni e colori travolse Jean de Boulogne fino all’alba, esausto posò il pezzo di carboncino e vide l’immagine del suo “Diavolino”.

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Era ormai alzato il giorno quando Bernardo Vecchietti incontrò Jean de Boulogne nel cortile del Palazzo, l’anziano signore fu travolto dall’eccitazione dello stravagante artista, che lo condusse nelle sue stanze. Bernardo si accomodò sulla panca che decorava lo studio di Jean, il suo stupore fu tale che non credeva ai suoi stanchi occhi, infatti, di fronte a sé era esposto in bella vista un modellino di creta che raffigurava uno strano satiro. Jean de Boulogne disse che quella piccola scultura rappresentava il demone di San Pietro Martire, mostrava il muso equino e il corpo di un diavolo che arretrava dopo la benedizione del Frate Domenicano. Bernardo Vecchietti rimase piacevolmente basito e con voce commossa disse: “Farai una scultura bronzea, sarà il nuovo porta-stendardi della nostra casata”. Finì il suo pensiero esclamando: “Il Diavolino sarà posto all’angolo del mio palazzo, così tutti i fiorentini si ricorderanno della vicenda miracolosa di San Pietro Martire, e il nostro nome sarà citato dalle future generazioni!”. Questa è la storia del “Diavolino” che si trova all’angolo tra Via de’ Vecchietti e Via Strozzi, una bizzarra scultura bronzea che conserva la memoria di vicende straordinarie spesso dimenticate, ma che vive ancora nella leggenda Fiorentina.

Rachel Valle © 2015

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