LA VERA STORIA DELLA TESTA PIETRIFICATA: LA BERTA E CECCO D’ASCOLI

LA VERA STORIA DELLA TESTA PIETRIFICATA

LA BERTA E CECCO D’ASCOLI

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Passeggiando lungo Via de’ Cerretani, il lato settentrionale della Florentia Romana, si giunge all’angolo di Via de’ Rondinelli, qui si eleva la torre campanaria di Santa Maria Maggiore che contrasta stilisticamente con il resto degli edifici presenti. Osservando attentamente l’antica struttura colpisce la presenza di una “Testa Pietrificata” inserita fra i conci del bugnato: è una testa di donna velata dallo sguardo vuoto. La tradizione popolare narra che quella “Testa Pietrificata” sia appartenuta a “Berta”, una donna del popolo minuto che osò sfidare impunemente un condannato a morte. La storia ebbe inizio il 16 di Settembre del 1327, tutta la gente fiorentina accorreva da ogni parte della città per seguire il corteo di un condannato a morte trasportato su un carro verso il rogo. Il palcoscenico che attendeva l’esecuzione era Piazza Santa Croce. Il nome di questo prigioniero era Francesco Stabili di Simeone, meglio conosciuto come “Cecco d’Ascoli”. Ai lati del lugubre carro vi erano gli armigeri della Repubblica Fiorentina a protezione dell’eretico personaggio, i soldati dovevano, infatti, assicurarsi che il “Cecco d’Ascoli” arrivasse a destinazione senza possibilità di fuga o di risse popolane al suo passaggio. La sfida però giunse dall’alto della torre campanaria di Santa Maria Maggiore. Vi era appollaiata in un piccolo pertugio una donna popolana, celebre per la sua lingua biforcuta chiamata da tutti: “La Berta”. Andiamo per ordine in questa strana vicenda, i fatti iniziarono non a Firenze bensì nella vicina Bologna.

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Francesco di Simeone Stabili, detto Cecco d’Ascoli, nacque ad Ascoli Piceno nel 1269 ca. Non abbiamo notizie certe della prima parte della sua vita, sappiamo che il nostro protagonista è avvolto da un alone di mistero. Verso il 1324, Francesco di Simeone Stabili insegnò alla facoltà di medicina all’Università di Bologna e in seguito ad alcune lezioni all’università, dove espresse il suo pensiero contro Santa Romana Chiesa e la fede cattolica, fu condannato dall’inquisitore domenicano Lamberto da Cingoli a una penitenza per espiare le sue colpe. A Cecco d’Ascoli furono sequestrati tutti i testi di astrologia e fu sospeso dall’incarico di professore. L’anno successivo Francesco di Simeone Stabili riprese il suo ruolo di docente all’Università di Bologna anche grazie all’intervento dei suoi studenti, ma soprattutto alle sue magistrali lezioni di medicina e in campo di astrologia. La sua brillante eloquenza gli portò fama e gloria tanto che Carlo, duca di Calabria e primogenito del re Roberto d’Angiò, lo nominò nel 1326 medico di corte. A Napoli Cecco d’Ascoli fu celebrato con tutti gli onori riservati ai grandi poeti, tuttavia fu incauto nell’interpretare il futuro della figlia Giovanna di soli due anni, la futura Regina Giovanna I di Napoli, detta la Pazza, voluto dal duca Carlo d’Angiò. Le sorti di Cecco d’Ascoli mutarono velocemente di nuovo: la sua predizione sulla figlia del duca fu la causa della sua condanna. Cecco d’Ascoli pronunciò una visione nefasta sul futuro della regina Giovanna, che lei sarebbe stata “di lussuria disordinata”, il duca atterrito per la cruda sentenza lo bandì dalla sua corte chiedendo aiuto alla Santissima Inquisizione. Per il duca Carlo d’Angiò, questa profezia era un’offesa gravissima da parte del medico |astrologo di corte. In realtà la visione di Cecco d’Ascoli fu veritiera, infatti, la regina Giovanna ebbe ben quattro mariti, fu scomunicata da papa Urbano VI e, infine, trovata strangolata nella sua stanza da letto. L’antica “Cronica Fiorentina” riporta la motivazione della condanna di Cecco d’Ascoli:

“…ma dicesi che la cagione perché fu arso, fu che disse che Madonna Giovanna, figliola del Duca, era nata in punto di dovere essere di lussuria disordinata. Di che parve questo essere sdegno al Duca, perché non avrebbe voluto fosse morto un tanto uomo per un libro. E molti vogliono dire che era nimico di quel frate Minore Inquisitore e Arcivescovo di Cosenza, perché i frati Minori erano molto suoi nimici. Di che il fece ardere il dì 16 di settembre 1327…” .

Il Duca Carlo d’Angiò visitò quindi con urgenza il frate Minore Inquisitore e Arcivescovo di Cosenza Accursio, fornendogli tutta una serie di capi di accusa, tra cui “Errori contro la Fede”. La situazione di Cecco d’Ascoli si aggravò ulteriormente dopo la sua infausta interpretazione perché aveva già compiuto dei discutibili studi di astrologia per determinare la data esatta della nascita e della morte di Gesù Cristo. Il medico |astrologo, inoltre, aveva formulato altri calcoli per predire la comparsa dell’Anticristo. L’astrologia era una materia molto delicata, era sì tollerata dall’istituzione della Chiesa Cattolica, ad esempio ai fini di previsione per i raccolti futuri, ma la mappa natale astrologica sulla figura di Gesù Cristo era ritenuta blasfema ed eretica perché le azioni di Cristo in terra fossero dovute all’influenza degli astri e non perché Egli fosse il Figlio di D-o incarnato. Il processo fu indetto a Firenze, e si racconta che interrogato su tutti i capi di accusa avrebbe sempre risposto la stessa frase agli inquisitori: “ L’ho detto, l’ho insegnato e lo credo!”.

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Cecco d’Ascoli fu dunque condannato al rogo il 16 settembre 1327 a Firenze in Piazza Santa Croce dal tribunale della Santissima Inquisizione. La mattina del giorno stabilito il carro stava percorrendo la strada che conduceva alla Piazza Santa Croce, l’afa di fine estate era pesante soprattutto per Cecco d’Ascoli legato come un capretto. Di fronte alla Chiesa di Santa Maria Maggiore, il condannato chiese di avere un po’ d’acqua per far placare l’arsura che albergava nella sua bocca. Sopra il capo degli armigeri e del medico |astrologo la popolana Berta cominciò a vociare, ammonendo i presenti di non dar da bere all’Alchimista perché era risaputo che i maghi erano in grado di trasmutare qualsiasi elemento, aumentando il loro potere demoniaco, così pure, Cecco d’Ascoli avrebbe avuto l’occasione di scampare al rogo imminente con qualche malefico sortilegio. Berta urlava a squarciagola: “Se beve, non brucerà più!”. Cecco d’Ascoli, infuriato per la cattiveria della Berta, rispose di tutto punto con una maledizione: “E tu, non leverai più la testa di lì!”. All’improvviso le carni della donna mutarono di colore e sostanza: la “Berta” aveva la “Testa Pietrificata”. Lo stupore dei presenti fu tale che si levò un gran silenzio, i soldati dettero l’acqua al condannato e il carro riprese la via per il suo triste destino. Questa è la vera storia della “Testa Pietrificata”, non vi è una conclusione felice ma spesso è meglio tacere perché le parole possono essere grandi pietre e causa di tanto dolore.

Rachel Valle © 2015

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